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La comunicazione mediata PDF Stampa E-mail
Di Giovanna Caporaso

 

 

Negli ultimi anni è stata prodotta un’enorme quantità di studi e ricerche sugli effetti causati dai media e ancora oggi gli esperti si dividono, secondo una famosa definizione di Umberto Eco, fra “apocalittici e integrati”.
I primi individuano gli aspetti negativi e addirittura distruttivi dei nuovi e vecchi mezzi di comunicazione di massa, i secondi sono propensi a considerarne gli esiti positivi sottoforma di una possibile apertura a scenari prima negati.
E' innegabile che i media, per la loro stessa capacità e struttura comunicativa, possono modificare profondamente la nostra percezione della realtà e della cultura, cosi come sostiene Marshall McLuhan per il quale “il medium è il messaggio”. Se poi i messaggi vengono prodotti e diffusi allo scopo di influenzare le idee ed i comportamenti dei destinatari, come accade nella comunicazione politica o nella pubblicità, si ravvisa la necessità di riflettere sui fenomeni mass-mediatici e comunicativi in genere. La comunicazione mediata dal computer è un dato di fatto: questo sistema è in grado di mettere in relazione un elevato numero di persone consentendo il superamento di ostacoli logistici e temporali (chatline, mailing list, news group, …) ma contribuendo, anche, alla vertiginosa diminuzione dei classici rapporti di socializzazione tra gli individui.
I mezzi di comunicazione fanno ormai sempre più parte della vita dei bambini e dei ragazzi in modo pervasivo, e influenzano non solo la loro vita sociale e familiare, ma i modi di comunicare, di pensare e di studiare. Il linguaggio parlato, che è la prima tecnica di comunicazione propria dell’uomo, quella che più a lungo ha strutturato i rapporti fra gli uomini non sembra essere più veicolo di comunicazione efficace. Lo sanno gli insegnanti che non riescono più a farsi ascoltare durante le ore di lezione.
Esistono patologie vere e proprie riconducibili all’eccesso di esposizione ai mass media., senza contare i danni psicopedagogici derivanti dalla cattiva qualità televisiva; troppa esposizione stordisce i bambini, genera nevrosi, depressione, ansia, ed altro ancora, come aggressività e senso di inadeguatezza. Le immagini e le situazioni che si fissano dentro di noi e che non sono pienamente “elaborate” perché non esperite direttamente lavorano per proprio conto nell’interiorità assorbendo le nostre energie.
Il bullismo, con la dose di aggressività e violenza che si porta dietro, ha un’ascesa parallela al proliferare di film che offrono modelli giovanili sempre più devianti. Quarant’anni di studi e analisi hanno dimostrato che la televisione favorisce il bullismo, induce problemi scolastici e genera sintomi psicosomatici diversi. Ovviamente il malessere e il disagio non sono tutti televisivi ma sicuramente la televisione e lo sviluppo delle altre tecnologie, se mal gestite, costituiscono la ragione di fondo del mancato dialogo, del mancato ascolto, e, dunque di molte forme di disagio giovanile.
C’è chi, al contrario, considera i media una straordinaria opportunità, come il successore di McLuhan secondo il quale siamo diventati tutti “individui globali” grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni. Nel suo libro Kerckhove ( Derrick de Kerckhove, The Skin of culture:investigatine the New Elettronic Reality,1995 Costa Nolan, Genova) illustra come i media elettronici abbiano esteso non solo il nostro sistema nervoso e i nostri corpi, ma anche e soprattutto la nostra psicologia e in particolare il potere della nostra mente.
La scuola, grazie agli sforzi congiunti e multidisciplinari di specialisti ed esperti di tutte le branche, sempre più di frequente ha cominciato a dedicare attenzione alle influenze che i media esercitano sul pubblico dei minori, consapevole della loro capacità di competere nel veicolare educazione e socializzazione. Per questo , nell’ambito della ricerca educativa, occorre oggi una riflessione più ampia sull’influenza dei media nella relazione fra l’adulto/educatore ed i bambini/giovani.
Attraverso il Questionario docenti il Progetto Educa-Media ha in parte cercato di sondare l’area relazionale docenti/alunni ponendo il quesito su come le nuove tecnologie abbiano modificato non solo il metodo di studio ma anche i termini della relazione in fatto di competenze degli uni e degli altri. Sarebbe interessante nell’ottica di una prospettiva a breve-medio termine andare ad indagare questa area interrogando direttamente gli studenti.
I nuovi modelli di comunicazione favoriti dai media digitali evidenziano più che mai la centralità dell’educazione e di una collaborazione fra scuola, famiglia, operatori della comunicazione e ricercatori.
Oggi, nell’era del digitale, i ragazzi hanno a disposizione strumenti di comunicazione che utilizzano al contempo la parola, l’immagine, il suono e che sono estremamente manipolabili, trasformabili in modo molto più veloce, potente e radicale che in passato. Inoltre con l’avvento della cosiddetta telematica la verticalità e la simmetria della comunicazione possono essere superate del tutto: la linea di comunicazione digitale è simmetrica, cioè chi riceve messaggi può a sua volta inviarne, con pari dignità comunicativa.
Lo scopo di chi intende fronteggiare l’impatto educativo che i media producono non deve essere quello di demonizzare il medium o di arrestare lo sviluppo delle nuove tecnologie, ma semmai quello di comprendere e far comprendere come funziona il complesso sistema della comunicazione. La capacità di comunicare e la necessità imprescindibile di comunicare è ciò che contraddistingue la specie umana rispetto a ogni altra specie vivente. Quello che non è comprensibile è perché la comunicazione mediatica sia diventata nel corso degli ultimi anni sempre più fondante rispetto addirittura all’esperienza diretta, e in qualche caso persino svincolata da questa. Prima dell’avvento della scrittura il linguaggio umano era completamente immerso nell’immediatezza del contesto e si arricchiva di una serie di elementi paralinguistici considerati un supporto essenziale per la comunicazione. Nell’ultimo ventennio a causa della diffusione di Internet e dei mezzi multimediali, la comunicazione si è progressivamente staccata dalla realtà contingente. La realtà viene percepita come tale, da sempre più persone e sempre più frequentemente, per il solo fatto di essere stata comunicata. Una notizia corrisponde alla verità non se viene raccontata, ma quanto più aumenta il livello tecnologico utilizzato per comunicarla. Il gioco della finzione, della “messa in scena” di tante identità virtuali, che consente di simulare attraverso il proprio computer ciò che nella realtà non si può modificare, come l’età o il sesso, di sostituirsi ad un’altra persona ad insaputa dell’interlocutore, aumenta le opportunità manipolatorie che il virtuale consente ma non migliora lo sviluppo dell’identità personale e la capacità di comunicare con gli altri.
Le modalità e le tecniche di comunicazione, in particolare dei mass-media, si basano sul paradigma della “ ascolto = comunicazione”, piuttosto che “comunicazione = ascolto”, per cui lo scopo delle comunicazioni mediatiche è quello di attrarre il potenziale consumatore senza dargli la possibilità di dialogare con lui ( non è possibile dialogare con Internet, con un quotidiano, con la pubblicità), cosa che svelerebbe il possibile inganno…
L’essersi interrogati a lungo sul significato, gli scopi, gli aspetti più complessi della comunicazione ha permesso di capire che “la comunicazione si genera nell’ascolto”, ma questa scoperta, ahimè, non ha contribuito a facilitare e promuovere la comunicazione interpersonale né in famiglia né a scuola.

Oggi, come in passato, nella scuola si insegna principalmente attraverso la lezione tradizionale (spiegazione/interrogazione) e attraverso la lettura/ scrittura di testi.
A questo tipo di insegnamento/apprendimento che possiamo definire “formale”, tipicamente scolastico, che opera principalmente per astrazione, che richiede sforzo e impegno, se ne aggiunge un altro, che possiamo definire informale, quello dei nuovi media, centrato sulla partecipazione, sull’immersione (ci si immerge con più sensi: la vista, l’udito, il tatto…), che tiene occupate zone corporee e mentali più estese di quelle occupate dalla lettura. Il sistema dei media risulta quindi più divertente, più vicino all’individuo perché più coinvolgente.
Ancora oggi, erroneamente, docenti e genitori pensano che la comunicazione consista nel parlare, nel trasmettere attivamente delle informazioni, qualunque sia il mezzo utilizzato, a un ascoltatore più o meno passivo, mentre sappiamo che l’ascoltatore è (dovrebbe essere) un soggetto attivo, tanto che la capacità di ascolto è ritenuta una competenza professionale trasversale a qualunque professione. L’importanza del feedback in una qualunque comunicazione, che si realizza solo a partire dall’ascolto attivo, è molto spesso sottovalutata e ciò rende inevitabilmente inefficace la comunicazione. Pur essendo mutate le condizioni materiali della comunicazione e della conoscenza e con queste le forme del sapere umano non sono cambiate nella scuola le forme di trasmissione del sapere. Inoltre, secondo una recente indagine scientifica1, il tempo medio che i nostri genitori dedicano al dialogo con i figli è di 18 minuti al giorno, inferiore a quello di molti altri paesi dell’Europa .L’ Italia, oltre ad essere il Paese che si distingue nel mondo per il più alto tasso di denatalità, ora ha anche un altro primato, l’assenza di dialogo familiare.
La comunicazione è inscindibilmente connessa “all’arte” di saper ascoltare, una capacità che permette di essere concentrati sull’interlocutore e sulle sue esigenze. Ascoltare è anche un modo per esprimere considerazione verso qualcuno e aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi. Comunicare è anche gettare un ponte che possa collegare il nostro io più profondo a quello degli altri.
Chi si occupa di infanzia e di adolescenza a qualsiasi titolo lo faccia, educatore, genitore, psicologo dovrebbe affiancare alla comunicazione mediatica una più mediata che sia più interpersonale, interattiva e aderente alla realtà. Gli alunni prima che di tante altre cose hanno bisogno di relazioni umane, vere e autentiche. E’ a partire dalle relazioni che si sviluppa l’identità personale e il riconoscimento della proprie e altrui dignità di persone.
L’ educazione ai media nelle scuole va ripensata a partire da percorsi di alfabetizzazione alla comunicazione interpersonale (laboratori sulla comunicazione verbale ed extraverbale, sull’ascolto attivo, circoli di qualità, circle time…). Sicuramente educare al pensiero critico sia rispetto ai contenuti dei messaggi dei media, sia rispetto alla struttura del loro funzionamento è un bisogno formativo imprescindibile, ma la comunicazione è un tema troppo urgente per essere trattato a partire dalla sola riflessione sul mezzo/i (medium/media). Se è vero che il “medium è il messaggio” è anche vero che ogni comportamento è comunicazione. Occorre, quindi, considerare tutti gli elementi che caratterizzano la comunicazione umana ( emittente, ricevente, feedback, contesto interno contesto esterno, funzioni e scopi ), prendendo in considerazione i diversi modelli di psicologia della comunicazione umana (Approccio sistemico-relazionale, Analisi transazionale, Programmazione neurolinguistica ), per comprendere come il comportamento ne è influenzato, e, soprattutto, occorre potenziare le competenze comunicative abituando i bambini e i giovani all’ascolto reciproco, al dialogo e allo scambio comunicativo. Imparare a comunicare con se stessi e con gli altri che ci sono accanto riduce il rischio di confondere realtà e finzione evitando che aumenti la distanza tra virtuale e reale, e che le nostre società diventino sempre più caratterizzate dalla minima comunicazione interpersonale, che implica la difficoltà a comunicare con chi abita alla porta accanto, e, dalla massima comunicazione tecnologica, che consente più facilmente di comunicare con chi abita in Texas.
Va, dunque, difesa la possibilità di ampliare il carattere interattivo e partecipativo dei nuovi sistemi di comunicazione , ma essi non devono mai essere considerati una alternativa alla vita reale. Si tratta di arricchire il tipo di esperienza che l’alunno può fare con questi strumenti per potersene appropriare in modo consapevole , utilizzandoli come mezzi e non come scopi. Insegnanti, educatori e genitori devono accompagnare la rivoluzione tecnologica, dando la possibilità a tutti di “alfebatizzarsi” , accogliendo e legittimando i nuovi stili di pensiero e l’esperienza dei giovani ma anche mediandola attraverso un dialogo basato sulla comprensione e l’empatia che permetta agli uni e agli altri di comunicare.  
 




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